Un gesto molto nobile quello di Dario Fo. E proprio alla Feira del Libro, dedicata ad Israele. Non si può parlare di Israele dimenticandosi della Palestina e delle atroci sofferenze inflittile da troppo, troppo tempo. C’è chi sostiene il boicottaggio della manifestazione. Io però penso che l’evento debba aver luogo: in primis perché è sempre un atto deplorevole boicottare una manifestazione a carattere culturale, anche se l’ospite è “scomodo”. Ci sono intellettuali israeliani che non la pensano come la maggioranza dei loro connazionali, per fortuna. In secondo luogo, perché la questione palestinese, la lotta di questo Popolo per riconquistare la propria terra, la propria dignità, i propri diritti merita più attenzione, e con urgenza, da parte nostra.
Io lavoro per un’associazione umanitaria internazionale che segue molto da vicino la causa palestinese e ha sviluppato numerosi progetti di recupero ed assistenza in tutti i Territori Occupati, in particolare nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania. Perciò è un argomento che conosco bene e che ho molto a cuore. Sempre per lavoro, ricevo aggiornamenti sulla situazione laggiù quasi quotidianamente, e posso assicurare che vedere con i miei stessi occhi le atrocità e le ingiustizie che vengono commesse è un’esperienza straziante.
Vi sono intere città distrutte dai bombardamenti. A causa dell’assedio ad oltranza, la maggior parte delle attività commerciali e dei servizi ha dovuto chiudere. Il tasso di disoccupazione è superiore all’80%. Centinaia di persone muoiono ogni giorno di stenti, di malattia o perché si spara a vista, e poco importa se davanti al fucile c’è un bambino, una donna, un anziano. E’ la violenza e la legge del più forte che imperversa.
E’ in corso una crisi umanitaria senza precedenti. Non si contano più i malati terminali che muoiono quotidianamente perché non viene concesso loro il permesso di valicare il confine per affrontare un intervento chirurgico in strutture più attrezzate che potrebbe salvar loro la vita. Gli ospedali palestinesi sono sovraffollati e non dispongono dei mezzi necessari per offrire assistenza medica adeguata a tutti.
A causa dell’occupazione ormai mancano persino i farmaci di base, così come gli alimenti. La gente muore perché non riesce a procurarsi un’aspirina, un antibiotico, o un anche solo un bicchier d’acqua pulita.
E poi ci sono i bambini. Malati, abbandonati a se stessi, senza più l’affetto dei genitori morti ammazzati, senza un’istruzione perché le scuole sono state distrutte, costretti a crescere per la strada tra soprusi e violenze di ogni genere. L’80% di essi soffre di disturbo post traumatico da stress o di disturbi della personalità, manifesta sintomi ansioso-depressivi. I più piccoli piangono disperati se solo gli si scatta una fotografia, terrorizzati dalla luce del flash che associano a quella delle esplosioni e degli spari.
La scorsa settimana ho ricevuto i disegni che i bambini hanno realizzato per i loro genitori adottivi, persone di cuore che si occupano di loro tramite l’affido a distanza, in segno di gratitudine per il sostegno che ricevono. Ebbene, si sa, i bambini disegnano ciò che vedono intorno a loro: quando mi trovo davanti agli occhi disegni che raffigurano aerei da guerra mentre bombardano un palazzo, fucili spianati in mano a figure umane, missili in volo, la stretta al cuore che provo, mista ad un sentimento di rabbia e di impotenza è indescrivibile. Malgrado il mio lavoro mi consenta di rendermi utile in qualche modo , contribuendo ad alleviare le sofferenze di questi bambini e delle loro famiglie.
Sofferenze cui i media non dedicano mai abbastanza spazio, non raccontano mai fino in fondo la realtà per come è davvero.
Chiedo scusa se mi sono dilungata così tanto, ma volevo rendere una testimonianza importante, e manifestare a Dario la mia stima, da sempre immutata, e dirgli che ben vengano persone come lui che rinunciano, in un’occasione come questa della Fiera, a qualcosa per sé (la presentazione del suo ultimo lavoro, di certo meritevole di attenzione) per dedicare spazio ed attenzione ad un tema molto importante che non va dimenticato. Questo lungo scritto era per porgergli un mio personale sentito ringraziamento.
Ringrazio Dario per aver ricordato la questione palestinese.. in un tempo in cui i mass media ci ricordano periodicamente e giustamente la Shoah, ma si dimenticano di chi sta soffrendo ora; si dimenticano della vergogna di Jenin,almeno 600 morti sul campo ,ma nessuna commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata a verificare.. Ogni tanto si sente un parlamentare italiano che si preoccupa di far entrare Israele nell'Unione Europea.. Io mi domando, ma gli stati dell'unione europea, quando debbono catturare un terrorista, per caso lanciano un razzo a distanza e fanno una strage di innocenti? E quando uccidono bambini cercano anche scuse dicendo che i genitori si fanno scudo di loro?
Ma un paese che giustamente reclama il diritto di esistere e che siano ricordate le immense sofferenze che ha subito, non dovrebbe essere il primo a ricordarsene nel momento in cui le infligge agli altri?
Si dice che chi ha sofferto profondamente è il primo ad avere compassione per le sofferenze altrui...è il primo ad interrogarsi sul proprio operato e comunque cerca sempre un dialogo e un compromesso per una risoluzione pacifica ..sicuramente non opera violando i diritti umani e non usa Dio e la Bibbia come scudo per giustificare sopprusi che hanno fini puramente economici.
Mi dispiace parlare così.. ma mi rincuora sempre sapere che una parte di Israeliani sono per la pace .. forse c'è ancora qualche speranza.
La situazione è tragica per 2 popoli.
ho amici e parenti che vivono in Israele.
Israele è sempre stata attaccata.
Si è dovuta difendere.
Non ultimo la restituzione di Gaza è
sotto gli occhi di tutti cosa ne hanno
fatto i terroristi palestinesi.
negare è chiudere gli occhi e orecchi.
A Torino è nato il caos con tutto ciò
che ne è conseguito, grazie all'estrema
sinistra, per questo giustamente il capo dello
stato Napolitano ha deciso di intervenire.
Impariamo ad accendere le sigarette con gli "accendini"
e non a bruciare bandiere.
Significa voler (per fortuna solo concettualmente) bruciare un INTERA nazione, compresi quegli scrittori israeliani che amano vivere in pace e in Israele la maggior parte della popolazione VUOLE VIVERE in PACE.
Ricordo solo che nel parlamento israeliano vi sono parlamentari sia di religione ebraica che Islamici.
E' l'unica democrazia in quella regione.
Buona giornata
Mariolino
Israele deve esistere, lo legittimano la shoah con le innumerevoli vittime dell’olocausto.
Ma anche la Palestina ha lo stesso diritto di vivere.
Ora, il fatto d’aver eletto Israele a unico ospite simbolo della fiera del libro a Torino s’è dimostrato un grave errore. In poche parole ci si dimentica che in quelle terre è in corso un conflitto con massacri e lutti reciproci che durano da 60 anni. Esattamente lo stesso tempo che si vuol onorare oggi ricordando la nascita di quello Stato.
Sentiamo ripetere che questa manifestazione della Fiera di Torino è dedicata non alla politica ma ai libri e più in generale alla cultura espressa dal popolo d’Israele.
Ma come si possono separare i due momenti? Da una parte gli scrittori con le loro opere - romanzi, poesie, saggi - e dall’altra la politica nel suo complesso.
Ditemi voi se esiste nella storia delle lettere un solo testo di valore in cui non venga posta in grande evidenza, oltre ai personaggi, anche la situazione sociale, politica, per non parlare dell’economia e dei conflitti, da quelli d’ordine religioso a quelli etnico-razziali.
Avete in mente Dante Alighieri e la Divina Commedia o le tragedie di Shakespeare, le pièces di Molière e di Ruzzante? Alla base di queste opere ci sono guerre, violenza, lotte per i diritti civili e per la giustizia, e un costante anelito di pace.
La cultura è quindi la più alta testimonianza civile dei popoli, specie di quelli che stanno vivendo dentro un gorgo di continua violenza.
A questo proposito vi voglio proporre un rapporto di Amnesty International, di qualche anno fa. Sono cifre terrificanti che riguardano le morti del conflitto tra palestinesi e israeliani nel periodo che va dalla prima intifada 2000 al maggio 2004.
Palestinesi 3112 caduti
Israeliani 918
Altre vittime provenienti da terre diverse 63
Totale numero di morti 4093
Case palestinesi abbattute dall’esercito 1365
Palestinesi rimasti privi di casa 18500
In una sezione dedicata al Medio Oriente, Amnesty International accusa Israele di commettere “crimini di guerra” contro i palestinesi e definisce “crimini contro l’umanità” gli attentati palestinesi contro i civili israeliani.
Per quanto riguarda la situazione a dir poco disastrosa dei Territori abitati dai palestinesi, i due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 50% delle persone è disoccupato.
Veltroni, in un suo articolo apparso ieri sul Corriere, commenta che non si può buttare la colpa di questo disastro unicamente su Israele.
Diciamo: “Senz’altro! Ma dobbiamo ammettere che quel governo e quelle truppe vi hanno fortemente contribuito.”
Altrimenti non si capirebbero i ripetuti interventi delle Nazioni Unite sui modi di operare di Israele, definiti ‘atti criminosi di guerra compiuti sulla popolazione e le loro abitazioni.’
In poche parole quello che spara di più è quello che ha i mezzi migliori perché può disporre di un esercito di livello internazionale maggiore tra tutti gli eserciti che si conoscono oggi al mondo.
E ora a Gaza c’è la fame nera, tagliano elettricità, acqua, riserve alimentari e non si permette che arrivino aiuti dall’estero.
I territori sono solcati da labirinti che ricordano i dedali mitologici di Creta.
Tutto è bloccato, è una trappola immensa con infinite mura che impediscono di muoversi, con telecamere di sorveglianza a ogni angolo. Diventa difficile vivere e muoversi per gli stessi israeliani, che a loro volta soffrono e si lamentano di questa condizione.
È una trappola per tutti e due i popoli che non possono più comunicare, tra loro e al loro interno.
Ecco perché, lo ribadisco, trovo incredibile che nel contesto della Fiera del Libro ci sia un unico interlocutore presente, da onorare: il governo e lo stato di Israele ma non si faccia mai cenno, se non en passant, all’altra parte, al popolo palestinese.
Invece bisognava invitare tutte e due le parti, proprio perché il problema non può essere isolato.
Questo ha determinato, e non è solo una mia impressione, un rifiuto a presenziare all’evento di parecchie personalità importanti del mondo culturale israeliano e, naturalmente, anche di quello musulmano. Alcuni dirigenti, responsabili della Mostra, si sono difesi dichiarando d’aver invitato sia gli uni che gli altri ma, testardamente lo ribadiamo, il guaio è stato compiuto fin dall’impianto con la decisione di dedicare la Fiera a un unico Stato, ignorando completamente l’altro.
Anche a Parigi, proprio quest’anno, si è compiuto un errore analogo: il Salone del libro, che si è aperto dal 14 al 19 marzo, è stato intitolato unicamente a Israele, e molti autori israeliani, indignati, hanno partecipato all’azione di boicottaggio della Mostra. La famosa scrittrice e reporter israeliana Amira Haas che si trovava a Parigi all’apertura del Salone, scriveva sul suo giornale: “Nessuno di noi è stato invitato, ma anche se fosse successo avremmo sicuramente rifiutato (come ha fatto Aharon Shabtai) per denunciare i presupposti negazionisti di questa celebrazione. Chi era favorevole a un boicottaggio totale ha trovato inaccettabile la nostra presenza al salone, a una tavola rotonda sui nuovi storici israeliani. Ci è sembrata una critica assurda. L'evento ci ha permesso di disturbare l'ordine prestabilito e di imporre la nostra narrazione dei fatti proprio dove era indesiderata.”
Ma per chiudere il discorso, vi propongo di ascoltare la lettera spedita a un famosissimo giornalista del New York Times, vincitore di tre premi Pulizer, Thomas Friedman, sul problema dello Stato di Israele e del conflitto con il popolo palestinese.
L’autore di questa missiva, che può ben dirsi uno straordinario manifesto politico, è nientemeno che Nelson Mandela, primo presidente di colore del Sud Africa, detenuto in carcere speciale nel suo Paese per ben 26 anni.
Il tema di questo suo intervento è esattamente Israele messo in rapporto con la propria esperienza nella lotta per la libertà ed emancipazione del suo popolo. Si evince subito dal contesto che fra i due personaggi è in corso un dibattito sull’argomento molto acceso, ma esposto con altissimo senso democratico e dialettico.
Ripeto: è Mandela che parla.
"Caro Thomas, (Friedman)
ho combattuto contro la dominazione dei bianchi ed ho combattuto contro la dominazione dei neri. Ho vissuto con l'ideale di una società libera e democratica in cui tutte le sue componenti vivessero in armonia e con uguali opportunità. È un ideale che spero di realizzare. Ma, se ce ne fosse bisogno, è un ideale per cui sono disposto a morire".
Oggi il mondo, quello bianco e quello nero, riconosce che l'apartheid non ha futuro. In Sud Africa esso è finito grazie all'azione delle nostre masse, determinate a costruire pace e sicurezza. Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, più specificamente, ai rapporti tra palestinesi e israeliani.
Questo accade perché tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato nel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente più importante dei quali è il Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi (nelle proprie terre).
Il conflitto israelo-palestinese non è una questione di occupazione militare e Israele non è un Paese che si sia stabilito "normalmente" e che, nel 1967, ha occupato un altro Paese. I palestinesi non lottano per uno "stato", ma per la libertà, l'indipendenza e l'uguaglianza, proprio come noi sudafricani.
Qualche anno fa, e specialmente durante il governo Laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l'esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno "stato", ma alla "separazione".
Il valore della separazione e' misurato in termini di abilita', da parte di Israele, di mantenere ebreo lo stato ebreo, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid. Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent'anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani è preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista.
Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel 1967, scoprirai che vi si trovano già due differenti sistemi giudiziari che rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite palestinesi, l'altro per quelle ebree.
E inoltre, vi sono due diversi approcci alla proprietà ed alla terra. La proprietà palestinese non è riconosciuta come proprietà privata perché può essere confiscata. Lo stato palestinese non può essere il sottoprodotto dello stato ebraico solo perché Israele mantenga la sua purezza ebraica. La discriminazione razziale israeliana è la vita quotidiana della maggioranza dei palestinesi.
Dal momento che Israele e' uno stato ebraico, gli ebrei godono di diritti speciali di cui non godono i non-ebrei. I palestinesi non hanno posto nello stato ebraico.
L'apartheid, ricordatelo Thomas, e' un crimine contro l'umanita'. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprieta' e della loro liberta'. Ha perpetuato un sistema di grave discriminazione razziale e disuguaglianza.
Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. Soprattutto c’è da stabilire che esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini. La risposta data dal Sud Africa agli abusi dei diritti umani risultante dalla rimozione delle politiche di apartheid, fa luce su come la societa' israeliana debba modificarsi prima di poter parlare di una pace giusta e durevole in Medio oriente.
Thomas, non sto abbandonando la diplomazia. Ma non saro' piu' indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterro'. Se vuoi l'apartheid formale, non ti sosterro'. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te, ricordatelo. Thomas ricordatelo."
A Dario un ringraziamento personale per la sua sensibilità
Un gesto molto nobile quello di Dario Fo. E proprio alla Feira del Libro, dedicata ad Israele. Non si può parlare di Israele dimenticandosi della Palestina e delle atroci sofferenze inflittile da troppo, troppo tempo. C’è chi sostiene il boicottaggio della manifestazione. Io però penso che l’evento debba aver luogo: in primis perché è sempre un atto deplorevole boicottare una manifestazione a carattere culturale, anche se l’ospite è “scomodo”. Ci sono intellettuali israeliani che non la pensano come la maggioranza dei loro connazionali, per fortuna. In secondo luogo, perché la questione palestinese, la lotta di questo Popolo per riconquistare la propria terra, la propria dignità, i propri diritti merita più attenzione, e con urgenza, da parte nostra.
Io lavoro per un’associazione umanitaria internazionale che segue molto da vicino la causa palestinese e ha sviluppato numerosi progetti di recupero ed assistenza in tutti i Territori Occupati, in particolare nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania. Perciò è un argomento che conosco bene e che ho molto a cuore. Sempre per lavoro, ricevo aggiornamenti sulla situazione laggiù quasi quotidianamente, e posso assicurare che vedere con i miei stessi occhi le atrocità e le ingiustizie che vengono commesse è un’esperienza straziante.
Vi sono intere città distrutte dai bombardamenti. A causa dell’assedio ad oltranza, la maggior parte delle attività commerciali e dei servizi ha dovuto chiudere. Il tasso di disoccupazione è superiore all’80%. Centinaia di persone muoiono ogni giorno di stenti, di malattia o perché si spara a vista, e poco importa se davanti al fucile c’è un bambino, una donna, un anziano. E’ la violenza e la legge del più forte che imperversa.
E’ in corso una crisi umanitaria senza precedenti. Non si contano più i malati terminali che muoiono quotidianamente perché non viene concesso loro il permesso di valicare il confine per affrontare un intervento chirurgico in strutture più attrezzate che potrebbe salvar loro la vita. Gli ospedali palestinesi sono sovraffollati e non dispongono dei mezzi necessari per offrire assistenza medica adeguata a tutti.
A causa dell’occupazione ormai mancano persino i farmaci di base, così come gli alimenti. La gente muore perché non riesce a procurarsi un’aspirina, un antibiotico, o un anche solo un bicchier d’acqua pulita.
E poi ci sono i bambini. Malati, abbandonati a se stessi, senza più l’affetto dei genitori morti ammazzati, senza un’istruzione perché le scuole sono state distrutte, costretti a crescere per la strada tra soprusi e violenze di ogni genere. L’80% di essi soffre di disturbo post traumatico da stress o di disturbi della personalità, manifesta sintomi ansioso-depressivi. I più piccoli piangono disperati se solo gli si scatta una fotografia, terrorizzati dalla luce del flash che associano a quella delle esplosioni e degli spari.
La scorsa settimana ho ricevuto i disegni che i bambini hanno realizzato per i loro genitori adottivi, persone di cuore che si occupano di loro tramite l’affido a distanza, in segno di gratitudine per il sostegno che ricevono. Ebbene, si sa, i bambini disegnano ciò che vedono intorno a loro: quando mi trovo davanti agli occhi disegni che raffigurano aerei da guerra mentre bombardano un palazzo, fucili spianati in mano a figure umane, missili in volo, la stretta al cuore che provo, mista ad un sentimento di rabbia e di impotenza è indescrivibile. Malgrado il mio lavoro mi consenta di rendermi utile in qualche modo , contribuendo ad alleviare le sofferenze di questi bambini e delle loro famiglie.
Sofferenze cui i media non dedicano mai abbastanza spazio, non raccontano mai fino in fondo la realtà per come è davvero.
Chiedo scusa se mi sono dilungata così tanto, ma volevo rendere una testimonianza importante, e manifestare a Dario la mia stima, da sempre immutata, e dirgli che ben vengano persone come lui che rinunciano, in un’occasione come questa della Fiera, a qualcosa per sé (la presentazione del suo ultimo lavoro, di certo meritevole di attenzione) per dedicare spazio ed attenzione ad un tema molto importante che non va dimenticato. Questo lungo scritto era per porgergli un mio personale sentito ringraziamento.
Irene
Ringrazio dario per aver ricordato la questione Palestinese
Ringrazio Dario per aver ricordato la questione palestinese.. in un tempo in cui i mass media ci ricordano periodicamente e giustamente la Shoah, ma si dimenticano di chi sta soffrendo ora; si dimenticano della vergogna di Jenin,almeno 600 morti sul campo ,ma nessuna commissione d'inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata a verificare.. Ogni tanto si sente un parlamentare italiano che si preoccupa di far entrare Israele nell'Unione Europea.. Io mi domando, ma gli stati dell'unione europea, quando debbono catturare un terrorista, per caso lanciano un razzo a distanza e fanno una strage di innocenti? E quando uccidono bambini cercano anche scuse dicendo che i genitori si fanno scudo di loro?
Ma un paese che giustamente reclama il diritto di esistere e che siano ricordate le immense sofferenze che ha subito, non dovrebbe essere il primo a ricordarsene nel momento in cui le infligge agli altri?
Si dice che chi ha sofferto profondamente è il primo ad avere compassione per le sofferenze altrui...è il primo ad interrogarsi sul proprio operato e comunque cerca sempre un dialogo e un compromesso per una risoluzione pacifica ..sicuramente non opera violando i diritti umani e non usa Dio e la Bibbia come scudo per giustificare sopprusi che hanno fini puramente economici.
Mi dispiace parlare così.. ma mi rincuora sempre sapere che una parte di Israeliani sono per la pace .. forse c'è ancora qualche speranza.
israele
La situazione è tragica per 2 popoli.
ho amici e parenti che vivono in Israele.
Israele è sempre stata attaccata.
Si è dovuta difendere.
Non ultimo la restituzione di Gaza è
sotto gli occhi di tutti cosa ne hanno
fatto i terroristi palestinesi.
negare è chiudere gli occhi e orecchi.
A Torino è nato il caos con tutto ciò
che ne è conseguito, grazie all'estrema
sinistra, per questo giustamente il capo dello
stato Napolitano ha deciso di intervenire.
Impariamo ad accendere le sigarette con gli "accendini"
e non a bruciare bandiere.
Significa voler (per fortuna solo concettualmente) bruciare un INTERA nazione, compresi quegli scrittori israeliani che amano vivere in pace e in Israele la maggior parte della popolazione VUOLE VIVERE in PACE.
Ricordo solo che nel parlamento israeliano vi sono parlamentari sia di religione ebraica che Islamici.
E' l'unica democrazia in quella regione.
Buona giornata
Mariolino
mariolino
Risposta di Dario Fo (su Israele)
Israele deve esistere, lo legittimano la shoah con le innumerevoli vittime dell’olocausto.
Ma anche la Palestina ha lo stesso diritto di vivere.
Ora, il fatto d’aver eletto Israele a unico ospite simbolo della fiera del libro a Torino s’è dimostrato un grave errore. In poche parole ci si dimentica che in quelle terre è in corso un conflitto con massacri e lutti reciproci che durano da 60 anni. Esattamente lo stesso tempo che si vuol onorare oggi ricordando la nascita di quello Stato.
Sentiamo ripetere che questa manifestazione della Fiera di Torino è dedicata non alla politica ma ai libri e più in generale alla cultura espressa dal popolo d’Israele.
Ma come si possono separare i due momenti? Da una parte gli scrittori con le loro opere - romanzi, poesie, saggi - e dall’altra la politica nel suo complesso.
Ditemi voi se esiste nella storia delle lettere un solo testo di valore in cui non venga posta in grande evidenza, oltre ai personaggi, anche la situazione sociale, politica, per non parlare dell’economia e dei conflitti, da quelli d’ordine religioso a quelli etnico-razziali.
Avete in mente Dante Alighieri e la Divina Commedia o le tragedie di Shakespeare, le pièces di Molière e di Ruzzante? Alla base di queste opere ci sono guerre, violenza, lotte per i diritti civili e per la giustizia, e un costante anelito di pace.
La cultura è quindi la più alta testimonianza civile dei popoli, specie di quelli che stanno vivendo dentro un gorgo di continua violenza.
A questo proposito vi voglio proporre un rapporto di Amnesty International, di qualche anno fa. Sono cifre terrificanti che riguardano le morti del conflitto tra palestinesi e israeliani nel periodo che va dalla prima intifada 2000 al maggio 2004.
Palestinesi 3112 caduti
Israeliani 918
Altre vittime provenienti da terre diverse 63
Totale numero di morti 4093
Case palestinesi abbattute dall’esercito 1365
Palestinesi rimasti privi di casa 18500
In una sezione dedicata al Medio Oriente, Amnesty International accusa Israele di commettere “crimini di guerra” contro i palestinesi e definisce “crimini contro l’umanità” gli attentati palestinesi contro i civili israeliani.
Per quanto riguarda la situazione a dir poco disastrosa dei Territori abitati dai palestinesi, i due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 50% delle persone è disoccupato.
Veltroni, in un suo articolo apparso ieri sul Corriere, commenta che non si può buttare la colpa di questo disastro unicamente su Israele.
Diciamo: “Senz’altro! Ma dobbiamo ammettere che quel governo e quelle truppe vi hanno fortemente contribuito.”
Altrimenti non si capirebbero i ripetuti interventi delle Nazioni Unite sui modi di operare di Israele, definiti ‘atti criminosi di guerra compiuti sulla popolazione e le loro abitazioni.’
In poche parole quello che spara di più è quello che ha i mezzi migliori perché può disporre di un esercito di livello internazionale maggiore tra tutti gli eserciti che si conoscono oggi al mondo.
E ora a Gaza c’è la fame nera, tagliano elettricità, acqua, riserve alimentari e non si permette che arrivino aiuti dall’estero.
I territori sono solcati da labirinti che ricordano i dedali mitologici di Creta.
Tutto è bloccato, è una trappola immensa con infinite mura che impediscono di muoversi, con telecamere di sorveglianza a ogni angolo. Diventa difficile vivere e muoversi per gli stessi israeliani, che a loro volta soffrono e si lamentano di questa condizione.
È una trappola per tutti e due i popoli che non possono più comunicare, tra loro e al loro interno.
Ecco perché, lo ribadisco, trovo incredibile che nel contesto della Fiera del Libro ci sia un unico interlocutore presente, da onorare: il governo e lo stato di Israele ma non si faccia mai cenno, se non en passant, all’altra parte, al popolo palestinese.
Invece bisognava invitare tutte e due le parti, proprio perché il problema non può essere isolato.
Questo ha determinato, e non è solo una mia impressione, un rifiuto a presenziare all’evento di parecchie personalità importanti del mondo culturale israeliano e, naturalmente, anche di quello musulmano. Alcuni dirigenti, responsabili della Mostra, si sono difesi dichiarando d’aver invitato sia gli uni che gli altri ma, testardamente lo ribadiamo, il guaio è stato compiuto fin dall’impianto con la decisione di dedicare la Fiera a un unico Stato, ignorando completamente l’altro.
Anche a Parigi, proprio quest’anno, si è compiuto un errore analogo: il Salone del libro, che si è aperto dal 14 al 19 marzo, è stato intitolato unicamente a Israele, e molti autori israeliani, indignati, hanno partecipato all’azione di boicottaggio della Mostra.
La famosa scrittrice e reporter israeliana Amira Haas che si trovava a Parigi all’apertura del Salone, scriveva sul suo giornale: “Nessuno di noi è stato invitato, ma anche se fosse successo avremmo sicuramente rifiutato (come ha fatto Aharon Shabtai) per denunciare i presupposti negazionisti di questa celebrazione. Chi era favorevole a un boicottaggio totale ha trovato inaccettabile la nostra presenza al salone, a una tavola rotonda sui nuovi storici israeliani. Ci è sembrata una critica assurda. L'evento ci ha permesso di disturbare l'ordine prestabilito e di imporre la nostra narrazione dei fatti proprio dove era indesiderata.”
Ma per chiudere il discorso, vi propongo di ascoltare la lettera spedita a un famosissimo giornalista del New York Times, vincitore di tre premi Pulizer, Thomas Friedman, sul problema dello Stato di Israele e del conflitto con il popolo palestinese.
L’autore di questa missiva, che può ben dirsi uno straordinario manifesto politico, è nientemeno che Nelson Mandela, primo presidente di colore del Sud Africa, detenuto in carcere speciale nel suo Paese per ben 26 anni.
Il tema di questo suo intervento è esattamente Israele messo in rapporto con la propria esperienza nella lotta per la libertà ed emancipazione del suo popolo. Si evince subito dal contesto che fra i due personaggi è in corso un dibattito sull’argomento molto acceso, ma esposto con altissimo senso democratico e dialettico.
Ripeto: è Mandela che parla.
"Caro Thomas, (Friedman)
ho combattuto contro la dominazione dei bianchi ed ho combattuto contro la dominazione dei neri. Ho vissuto con l'ideale di una società libera e democratica in cui tutte le sue componenti vivessero in armonia e con uguali opportunità. È un ideale che spero di realizzare. Ma, se ce ne fosse bisogno, è un ideale per cui sono disposto a morire".
Oggi il mondo, quello bianco e quello nero, riconosce che l'apartheid non ha futuro. In Sud Africa esso è finito grazie all'azione delle nostre masse, determinate a costruire pace e sicurezza. Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, più specificamente, ai rapporti tra palestinesi e israeliani.
Questo accade perché tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato nel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente più importante dei quali è il Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi (nelle proprie terre).
Il conflitto israelo-palestinese non è una questione di occupazione militare e Israele non è un Paese che si sia stabilito "normalmente" e che, nel 1967, ha occupato un altro Paese. I palestinesi non lottano per uno "stato", ma per la libertà, l'indipendenza e l'uguaglianza, proprio come noi sudafricani.
Qualche anno fa, e specialmente durante il governo Laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l'esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno "stato", ma alla "separazione".
Il valore della separazione e' misurato in termini di abilita', da parte di Israele, di mantenere ebreo lo stato ebreo, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid. Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent'anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani è preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista.
Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel 1967, scoprirai che vi si trovano già due differenti sistemi giudiziari che rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite palestinesi, l'altro per quelle ebree.
E inoltre, vi sono due diversi approcci alla proprietà ed alla terra. La proprietà palestinese non è riconosciuta come proprietà privata perché può essere confiscata. Lo stato palestinese non può essere il sottoprodotto dello stato ebraico solo perché Israele mantenga la sua purezza ebraica. La discriminazione razziale israeliana è la vita quotidiana della maggioranza dei palestinesi.
Dal momento che Israele e' uno stato ebraico, gli ebrei godono di diritti speciali di cui non godono i non-ebrei. I palestinesi non hanno posto nello stato ebraico.
L'apartheid, ricordatelo Thomas, e' un crimine contro l'umanita'. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprieta' e della loro liberta'. Ha perpetuato un sistema di grave discriminazione razziale e disuguaglianza.
Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. Soprattutto c’è da stabilire che esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini. La risposta data dal Sud Africa agli abusi dei diritti umani risultante dalla rimozione delle politiche di apartheid, fa luce su come la societa' israeliana debba modificarsi prima di poter parlare di una pace giusta e durevole in Medio oriente.
Thomas, non sto abbandonando la diplomazia. Ma non saro' piu' indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterro'. Se vuoi l'apartheid formale, non ti sosterro'. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te, ricordatelo. Thomas ricordatelo."